mercoledì 19 settembre 2012

"Multiculturalismo: futuro o utopia?"

 N.B. Fonte: katangAround
         Autore: James
  

“Bury it I won’t let you bury it, I won’t let you smother it, I won’t let you murder it….and our time is running out..”

Cari lettori, è da un po’ di tempo che non collaboro a questo progetto inaugurato e coltivato ormai da molti mesi; pochi avranno sentito la mia mancanza, parecchi non si saranno nemmeno resi conto di essa, i più non sapranno neanche che io scrivessi per questo blog.
A parte tali due righe di inutile introspezione, torno per infervorare la vostra già di per sé torrida estate appena agli albori.
Erano parecchi giorni che maturavo una serie di considerazioni alle quali cerco ora di dare un seguito, sperando in un vostro successivo responso.
Londra….una città che, a mio avviso, o si ama, o si odia, non esiste una via di mezzo, non vi sono compromessi. O la accetti nella sua crudezza, negli squilibri e nei paradossi, negli splendori e nella frenesia che quasi spazza via chiunque si fermi a pensare, come uno di quei tornadi che sovente bussano alla porte delle città americane e caraibiche,oppure puoi benissimo farti la valigia e tornartene da dove sei venuto ..Londra, città multietnica, un melting pot europeo in cui è raffigurata la fantasmagoria di tutte le culture mondiali.
Tuttavia, alcuni episodi stridono fortemente con questa proiezione della metropoli inglese come teca culturale, in realtà vige ancora un troppo forte nazionalismo, un’ irrazionale e infondata xenofobia che sfocia in giudizi gratuiti, avventati e precipitosi sugli altri popoli. Come quando ci si sente dire “She’s from Milan, she’s not a farmer like you”, oppure “Shut up fucking Italian”,”I don’t wanna know what’s going on in your country”, o ancora “You come from a corrupted country”… ecc…ecc… Sorvolo sull’ultima dichiarazione, mio malgrado vera, ma osservando e studiando la gente che mi circonda qui, mi rendo conto di come aleggi un grandissimo senso di superiorità da parte degli Inglesi, così come vi è una scarsa considerazione degli stranieri e infine una profonda ostilità nelle semplici relazioni sociali da parte di ogni individuo..Come per esempio quando ti avvicini ad un collega chiedendogli il risultato di una partita dell’Europeo di calcio, e in tutta risposta questi ti guarda e ti risponde: “Are you talking to me? Don’t you see I’m serving the customer?”

Cari ragazzi non voglio annoiarvi, la smetto subito...Dopo tutto ciò e altro ancora, la mia reazione è stata istintiva, quasi irrazionale, incontrollata: il motivo della canzone sopra citata ha cominciato a riprodursi dentro di me, mi sono affiorate le parole di Matthew Bellamy, assopite nella mia memoria come in una categoria kantiana….Non vi lascerò seppellire, né soffocare, né uccidere il mio senso di appartenenza, l’amore che ho per il mio Paese, l’attaccamento alla mia cultura e alla mia lingua sebbene voi non li riteniate all’altezza. Il tempo che sta scadendo è quello dei nazionalismi, quello dell’insensata corsa alle divisioni, quello dei pregiudizi e degli stereotipi.




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